Il Kendo è la scherma tradizionale Giapponese, dove il combattimento è un aspetto fondamentale della pratica. Con il Kendo si impara ad acquisire una corretta postura, si allenano l’agilità, la scioltezza, la prontezza di riflessi e si cura la respirazione. Vi sono inoltre aspetti meno evidenti ma anche più importanti, tra i quali l’educazione al rispetto, alla cortesia, alla lealtà, al potenziamento, al controllo del Ki (energia) ed alla maturazione del carattere.
Particolarmente importante e sottovalutata da quasi tutti i maestri (Sensei) è l'attenzione alla correttezza dei movimenti e alla loro coordinazione.
Per fare Ippon (punto vincente), il colpo deve essere netto e preciso. L’Ippon deve essere portato con coordinazione perfetta e simultanea di tutti i suoi aspetti: Energia (KI), Spada (KEN), Corpo (TAI), Insieme (NO ICHI).
E se una persona ha difficoltà a coordinare i movimenti?
Ad esempio è plausibile che chi ha difficoltà a ballare (danzare) abbia anche difficoltà a praticare il Kendo con le tecniche (waza) corrette ed il giusto 'timing'?
Sono apprezzate esperienze e consigli in tal senso.
sabato 21 gennaio 2012
venerdì 20 gennaio 2012
mercoledì 18 gennaio 2012
Non uso Facebook
Do you have Facebook?
No, non uso Facebook, e ne sono felice.
Se sei intenzionato a usarlo, spero che tu sia informato sulle recenti strategie di marketing e pubblicita’ attuate da Facebook, che si basano fondamentalmente sull’idea di diventare pubblicitari / referenti di una marca di multinazionale presso i propri "amici" (nel senso che ha questo termine all’interno del social network di Facebook).
A dirla tutta, spero che oltre a essere informato tu abbia un atteggiamento critico e scettico nei confronti di queste tecniche di persuasione, che alla fin fine sono volte alla vendita di prodotti che probabilmente non ci servono.
No, non uso Facebook, e ne sono felice.
Se sei intenzionato a usarlo, spero che tu sia informato sulle recenti strategie di marketing e pubblicita’ attuate da Facebook, che si basano fondamentalmente sull’idea di diventare pubblicitari / referenti di una marca di multinazionale presso i propri "amici" (nel senso che ha questo termine all’interno del social network di Facebook).
A dirla tutta, spero che oltre a essere informato tu abbia un atteggiamento critico e scettico nei confronti di queste tecniche di persuasione, che alla fin fine sono volte alla vendita di prodotti che probabilmente non ci servono.
mercoledì 11 gennaio 2012
Allenamento
Molti miei compagni di Dojo quando parlano dell'attività che svolgiamo insieme sotto la guida del maestro (Sensei) usano il termine "allenamento".
Trovo questo temine scorretto e fuorviante, infatti "allenamento" significa "Esercizio di preparazione in vista di una prova, di un'attività".
Il Kendō è una Dō (Via - 道), un percorso per il quale non c'è un traguardo da raggiungere e la prova è una cosa che di affronta ogni giorno, ogni istante di pratica e della vita, dentro e fuori dal Dojo. Nel Kendō, nello Zen e nelle arti marziali in genere bisogna essere mushotoku (無所得) ossia senza scopo né spirito di profitto.
Quindi definire "allenamento" la pratica, denota secondo me una visione distorta e meramente agonistica del Kendō.
Trovo questo temine scorretto e fuorviante, infatti "allenamento" significa "Esercizio di preparazione in vista di una prova, di un'attività".
Il Kendō è una Dō (Via - 道), un percorso per il quale non c'è un traguardo da raggiungere e la prova è una cosa che di affronta ogni giorno, ogni istante di pratica e della vita, dentro e fuori dal Dojo. Nel Kendō, nello Zen e nelle arti marziali in genere bisogna essere mushotoku (無所得) ossia senza scopo né spirito di profitto.
Quindi definire "allenamento" la pratica, denota secondo me una visione distorta e meramente agonistica del Kendō.
sabato 24 dicembre 2011
Umiltà
Riporto la traduzione di un bellissimo post dell'amico kendoka inglese Geoff Salmon.
La AJKF (All Japan Kendo Federation) dice che "Il concetto del Kendo è disciplinare il carattere umano attraverso l'applicazione dei principi della katana".
Una delle virtù che ci proponiamo in questo processo è l'umiltà. Questa non è facile da raggiungere poichè il successo e la crescita nel kendo inducono spesso ad una maggiore fiducia e autostima, e agli occhi di molte persone queste qualità non coincidono facilmente con la modestia. Attraverso i blog come questo e attraverso i commenti sui social media, è facile esprimere immediatamente emozioni sul nostro kendo. Leggo spesso i messaggi scritti da amici di ritorno da una buona pratica di Kendo, che seguono la falsariga di: "Ero in fiamme", l'ho battuto ", l'ho fracassato", ecc. So per esperienza personale che quando il keiko va bene, soprattutto se avete appena "sfondato il muro" dopo un periodo di frustrazione, lo si vuole dire al mondo, ma io non sono ancora sicuro di come farlo senza sembrare presuntuoso.
Questo strombazzare è ancora peggio quando viene fatto dai più esperti kenshi. Se dopo 30 o 40 anni di "shugyo" stiamo ancora mostrando evidenti difetti caratteriali di base, qualcosa non funziona.
L'anno scorso al Taikai di Kyoto, mi è stato chiesto da un sensei anziano quello che pensavo della mia prestazione, dopo aver perso il mio tachiai, stupidamente ho detto che ero soddisfatto della mia prestazione. Volevo dire che avevo fatto del mio meglio, ma dopo averlo detto in quel modo, ho capito subito quanto suonava presuntuoso. C'è un proverbio giapponese che dice "Minoru Hodo kobe non sagaru Inaho ka na" (実るほど頭のさがる稲穂かな) "Il ramo che porta la maggior parte (della frutta) sta più in basso". Questo sembra essere rappresentato continuamente dai praticanti di Kendo davvero grandi, che hanno lasciato che le loro azioni parlassero da sole. Il Kenkyo (la modestia o umiltà) è insito alla base della cultura giapponese, per cui persone provenienti da paesi in cui la comunicazione più diretta è la norma può essere perdonato così come lo strano vantarsi involontario. Tuttavia i valori Kendo provengono da radici buddiste- confuciane dove sono apprezzate l'umiltà e l'obbedienza.
Come la maggior parte delle cose, l'umiltà può essere sopravvalutata. Ci sono certamente casi in cui la falsa modestia può essere fastidiosamente intesa come come vanagloria.
Ad esempio un "Ma no, sono solo un principiante" suona un po' banale, dopo aver appena vinto un importante torneo internazionale. La modestia non è ovviamente solo una caratteristica giapponese. Parafrasando le parole del poema 'Se' di Rudyard Kipling potremmo dire:
"Se riesci a far fronte al Trionfo e alla Rovina
e trattare questi due impostori allo stesso modo
tu sarai un Uomo, figlio mio!"
La AJKF (All Japan Kendo Federation) dice che "Il concetto del Kendo è disciplinare il carattere umano attraverso l'applicazione dei principi della katana".
Una delle virtù che ci proponiamo in questo processo è l'umiltà. Questa non è facile da raggiungere poichè il successo e la crescita nel kendo inducono spesso ad una maggiore fiducia e autostima, e agli occhi di molte persone queste qualità non coincidono facilmente con la modestia. Attraverso i blog come questo e attraverso i commenti sui social media, è facile esprimere immediatamente emozioni sul nostro kendo. Leggo spesso i messaggi scritti da amici di ritorno da una buona pratica di Kendo, che seguono la falsariga di: "Ero in fiamme", l'ho battuto ", l'ho fracassato", ecc. So per esperienza personale che quando il keiko va bene, soprattutto se avete appena "sfondato il muro" dopo un periodo di frustrazione, lo si vuole dire al mondo, ma io non sono ancora sicuro di come farlo senza sembrare presuntuoso.
Questo strombazzare è ancora peggio quando viene fatto dai più esperti kenshi. Se dopo 30 o 40 anni di "shugyo" stiamo ancora mostrando evidenti difetti caratteriali di base, qualcosa non funziona.
L'anno scorso al Taikai di Kyoto, mi è stato chiesto da un sensei anziano quello che pensavo della mia prestazione, dopo aver perso il mio tachiai, stupidamente ho detto che ero soddisfatto della mia prestazione. Volevo dire che avevo fatto del mio meglio, ma dopo averlo detto in quel modo, ho capito subito quanto suonava presuntuoso. C'è un proverbio giapponese che dice "Minoru Hodo kobe non sagaru Inaho ka na" (実るほど頭のさがる稲穂かな) "Il ramo che porta la maggior parte (della frutta) sta più in basso". Questo sembra essere rappresentato continuamente dai praticanti di Kendo davvero grandi, che hanno lasciato che le loro azioni parlassero da sole. Il Kenkyo (la modestia o umiltà) è insito alla base della cultura giapponese, per cui persone provenienti da paesi in cui la comunicazione più diretta è la norma può essere perdonato così come lo strano vantarsi involontario. Tuttavia i valori Kendo provengono da radici buddiste- confuciane dove sono apprezzate l'umiltà e l'obbedienza.
Come la maggior parte delle cose, l'umiltà può essere sopravvalutata. Ci sono certamente casi in cui la falsa modestia può essere fastidiosamente intesa come come vanagloria.
Ad esempio un "Ma no, sono solo un principiante" suona un po' banale, dopo aver appena vinto un importante torneo internazionale. La modestia non è ovviamente solo una caratteristica giapponese. Parafrasando le parole del poema 'Se' di Rudyard Kipling potremmo dire:
"Se riesci a far fronte al Trionfo e alla Rovina
e trattare questi due impostori allo stesso modo
tu sarai un Uomo, figlio mio!"
martedì 20 dicembre 2011
Punching ball
Stavo pensando se riprendere a praticare Kendo al dojo della mia città ma alcune considerazioni mi fanno riflettere...
Con i mondiali di Kendo 2012 alle porte il 'principino' si dovrà allenare nei prossimi cinque mesi...
Con i mondiali di Kendo 2012 alle porte il 'principino' si dovrà allenare nei prossimi cinque mesi...
domenica 11 dicembre 2011
Il più grande arciere del mondo
C’era una volta un giovane appassionato di arceria. Egli dedicava ogni suo momento libero alla pratica della sua Arte, e non si separava mai da arco e frecce.
Questo giovane era divenuto allievo di un reputato maestro arciere della regione, e lo seguiva continuamente, facendo tutto quello che il maestro gli diceva e traendo grande beneficio dai suoi insegnamenti.
Un giorno, vedendo il suo maestro in lontananza, venne in mente al giovane di provare chi di loro due fosse migliore, e gli scoccò una freccia.
Il Maestro era un grande osservatore ed ancora nel fiore degli anni; immediatamente scoccò una freccia di risposta che incontrò quella dell’allievo a mezz’aria.
Il giovane tirò un’altra freccia, che fece la stessa fine, poi un’altra, ed un’altra ancora, fino a quando la faretra del maestro fu vuota. A quel punto il giovane tirò l’ultima sua freccia, ma il maestro, strappata una canna dal ciglio della strada, la pulì con un solo gesto,
ed, usandola come freccia, neutralizzò l’ultimo missile del suo allievo.
“E’ chiaro che non ho più nulla da insegnarti dopo oggi” disse il maestro al giovane raggiungendolo; “tuttavia mi sei caro e la tua arte sembra promettente, per cui ti darò l’indirizzo di colui che ancora oggi è il mio maestro; vai da lui che è l’unico a poterti dare ancora qualcosa in più”.
Il giovane partì e raggiunse questo grande maestro sulla montagna su cui viveva in remitaggio;non fù facile trovarlo, nè venire da lui accettato,ma vi riuscì.Questo maestro aveva dato alla sua arte una profondità che nessuno aveva ancora raggiunto.
Il giovane lo vide compiere imprese ritenute impossibili: colpire uccelli in volo scoccando delle frecce immateriali da un arco invisibile, e poi guarire lo stesso uccello con un grido silenzioso. Non vi era giorno che il maestro non mostrasse delle nuove cose che venivano apprese avidamente.
Passarono gli anni ed il giovane, ormai cresciuto, finì il suo apprendimento e tornò al villaggio. Conduceva, al villaggio, una vita tranquilla e normale, eppure la gente che lo conosceva ed i suoi amici di un tempo si rendevano conto che qualcosa in lui era cambiato; sembrava quasi che da lui emanasse un’aura di calma, ed egli stesso era come immerso in un’atmosfera particolare.
Non portava neppure più l’arco di cui era sempre stato orgoglioso e che un tempo non avrebbe mai abbandonato.
Un giorno, invitato a prendere il thè in casa di amici, vide in un angolo qualcosa di nuovo e ad un tempo familiare: un oggetto a lui sconosciuto che gli destava particolari sensazioni, e chiese cosa mai fosse.
“Tu devi essere veramente il più grande arciere del mondo” gli disse il padrone di casa inchinandosi profondamente: “per non sapere nemmeno più riconoscere un arco”.
--
Grazie al maestro ed amico Claudio Regoli per questo racconto di origine cinese, molto usato negli ambienti dell’arco tradizionale (Kyudo) ma che si presta ad ogni genere di arte marziale.
Questo giovane era divenuto allievo di un reputato maestro arciere della regione, e lo seguiva continuamente, facendo tutto quello che il maestro gli diceva e traendo grande beneficio dai suoi insegnamenti.
Un giorno, vedendo il suo maestro in lontananza, venne in mente al giovane di provare chi di loro due fosse migliore, e gli scoccò una freccia.
Il Maestro era un grande osservatore ed ancora nel fiore degli anni; immediatamente scoccò una freccia di risposta che incontrò quella dell’allievo a mezz’aria.
Il giovane tirò un’altra freccia, che fece la stessa fine, poi un’altra, ed un’altra ancora, fino a quando la faretra del maestro fu vuota. A quel punto il giovane tirò l’ultima sua freccia, ma il maestro, strappata una canna dal ciglio della strada, la pulì con un solo gesto,
ed, usandola come freccia, neutralizzò l’ultimo missile del suo allievo.
“E’ chiaro che non ho più nulla da insegnarti dopo oggi” disse il maestro al giovane raggiungendolo; “tuttavia mi sei caro e la tua arte sembra promettente, per cui ti darò l’indirizzo di colui che ancora oggi è il mio maestro; vai da lui che è l’unico a poterti dare ancora qualcosa in più”.
Il giovane partì e raggiunse questo grande maestro sulla montagna su cui viveva in remitaggio;non fù facile trovarlo, nè venire da lui accettato,ma vi riuscì.Questo maestro aveva dato alla sua arte una profondità che nessuno aveva ancora raggiunto.
Il giovane lo vide compiere imprese ritenute impossibili: colpire uccelli in volo scoccando delle frecce immateriali da un arco invisibile, e poi guarire lo stesso uccello con un grido silenzioso. Non vi era giorno che il maestro non mostrasse delle nuove cose che venivano apprese avidamente.
Passarono gli anni ed il giovane, ormai cresciuto, finì il suo apprendimento e tornò al villaggio. Conduceva, al villaggio, una vita tranquilla e normale, eppure la gente che lo conosceva ed i suoi amici di un tempo si rendevano conto che qualcosa in lui era cambiato; sembrava quasi che da lui emanasse un’aura di calma, ed egli stesso era come immerso in un’atmosfera particolare.
Non portava neppure più l’arco di cui era sempre stato orgoglioso e che un tempo non avrebbe mai abbandonato.
Un giorno, invitato a prendere il thè in casa di amici, vide in un angolo qualcosa di nuovo e ad un tempo familiare: un oggetto a lui sconosciuto che gli destava particolari sensazioni, e chiese cosa mai fosse.
“Tu devi essere veramente il più grande arciere del mondo” gli disse il padrone di casa inchinandosi profondamente: “per non sapere nemmeno più riconoscere un arco”.
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Grazie al maestro ed amico Claudio Regoli per questo racconto di origine cinese, molto usato negli ambienti dell’arco tradizionale (Kyudo) ma che si presta ad ogni genere di arte marziale.
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