sabato 7 maggio 2011

Dislessia da... giornalaio

Riporto qui una notizia un po' datata ad imperitura memoria della assoluta ignoranza e l'arrogante presunzione di alcuni nostri giornalisti.

"Scuole come ospedali: non più somari ma malati"
Guido Mattioni - giornalista de "Il Giornale"

Da ieri è legge. Anche un caprone in matematica quale era ai suoi più che remoti tempi scolastici chi scrive - «Bestia!», mi apostrofava il professore di liceo - ha una possibilità in più. Farsi dare per malato dal Sistema sanitario nazionale in quanto affetto da una delle patologie finite sotto l'ampio ombrello della sigla Dsa, che sta per Disturbi specifici di apprendimento. Tutto, in altre parole, potrà essere fatto passare per una forma di dislessia. Malattia quella sì davvero grave, ma che non dovrebbe diventare, almeno alla timida logica del buon senso, il cavallo di Troia per trasformare di fatto le nostre scuole in ospedali. O quel che è peggio i nostri ragazzi in precoci frequentatori dei lettini degli psicologi. Senza dimenticare che una diagnosi di Dsa, magari sbagliata, ricevuta in età scolare, accompagnerà il soggetto lungo tutta la vita, anche nei futuri colloqui di lavoro.
E invece è proprio nella direzione di una grande clinica regolata dal suono della campanella che la neo-legge sembra portare. Con esiti in parte esilaranti. Nel caso infatti che il giovane “malato” manifesti palese intolleranza a numeri, percentuali e radici quadrate, si parlerà di “discalculia”. Qualora accusi invece manifestazioni allergiche nei confronti della scrittura, il medico gli diagnosticherà una “disgrafia”. Che nei casi più gravi può peggiorare in “disortografia”. Disturbo che qualche cervellone con evidenti incompatibilità - lui sì - all'uso di una decente lingua italiana, ha già attribuito nel suo vergare ostrogoto a «difficoltà nei processi linguistici di transcodifica». Un tempo bastava molto meno per essere bocciati.
La legge, della quale forse non proprio tutti sentivano la mancanza, è stata invece approvata all'unanimità dalla Commissione Cultura del Senato. Che ha dato così il via definitivo al pacchetto di norme sui «Disturbi specifici di apprendimento in ambito scolastico». Pacchetto che aveva come prima firmataria la senatrice Vittoria Franco del Pd. Evidentemente, proprio come le vie del Signore sono infinite - ma Lui ci mette un po' più di scrupolo - lo sono anche quelle dell'unanimismo bipartisan. Col risultato che il "Sì" è stato bulgaro. Tutti allineati. Guido Possa e Franco Asciutti, entrambi del Pdl e rispettivamente presidente e capogruppo in Commissione, non hanno per esempio lesinato sull'aggettivazione generosa definendo «storica» una legge che introduce tra le patologie dell'apprendimento anche oggettivi orrori linguistici (su quelli di merito si cimenteranno gli scienziati) come appunto le succitate discalculia e disortografia. Tant'è.
La platea dei legislatori entusiasti ci informa inoltre che «con la nuova legge gli insegnanti dovranno essere consapevoli che per valutare in modo giusto e corretto gli alunni con disturbi di apprendimento servono criteri differenti». Quali? «Per esempio compiti più brevi, visto che fanno molta più fatica, privilegiare le interrogazioni orali sulle verifiche scritte, attenzione al contenuto dei temi più che agli errori ortografici o alla capacità di risolvere un problema più che alla conoscenza mnemonica delle tabelline». Quelle «vecchie reazionarie», manca soltanto da aggiungere.
Non basta. Mentre la scuola deve fare i conti con le dimensioni bulimiche alle quali è stata lasciata arrivare la platea dei precari, la legge appena approvata stanzia due milioni di euro da qui al 2011 al fine di formare i docenti - si immagina pagando degli psicologi - preparandoli così «ad acquisire la competenza per individuare precocemente i segnali di disturbo» negli allievi. E ancora: la diagnosi «dovrà essere effettuata nell'ambito dei trattamenti specialistici già assicurati dal Sistema sanitario nazionale e sarà comunicata dalla famiglia alla scuola di appartenenza dello studente». Con i genitori che potranno anche chiedere, nel caso di un figlio “disturbato”, orari flessibili sui loro posti di lavoro. Basteranno un «due più due fa cinque» o qualche zampa di gallina scarabocchiata sul foglio. È il nuovo che avanza.

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